lunedì, 04 gennaio 2010
Il rimedio per la sofferenza
Il mio ingresso nel mondo delle arti marziali avvenne piuttosto tardi, a diciannove anni. Quei poveracci dei miei genitori tentarono di tutto, calcio, ciclismo, mountain bike e ormai avevano perso ogni speranza. Lo ammetto, ero un secchione occhialuto e sovrappeso. Con i bulli non ebbi mai particolari problemi, tirai e presi botte giusto tre-quattro volte ma niente di che. Imparai che la politica del farsi i cazzi propri funziona abbastanza bene ma non sempre, mi creai un per così dire “codice d'allerta”. Se uno veniva da me deciso a importunarmi, la prima volta lo avvisavo, la seconda lo minacciavo, la terza passavo alle mani.
Il primo sintomo del cambiamento fu un amico che mi propose di iscriverci a fare arti marziali. Mai mi venne in mente di chiedermi perchè proprio quello; peccato che nella mia ignoranza presi la scellerata decisione di concedermi sei mesi di body building. Divenni solo più grosso e più lento di quanto già non fossi. Quindi decidemmo di andare a vedere con i nostri occhi cosa ci sarebbe piaciuto fare. Era il periodo di massimo furore della kickboxing grazie all'esempio di quel grand'uomo del Taricone. Scartammo immediatamente quelle discipline classiche come kung fu, karate e tae kwon do, nonostante la notevole leggiadria di alcune alunne, ma giravano storie del tipo che ti mettevano in spaccata a freddo alla prima lezione, gli atti di nonnismo verso le cinture più basse ecc...mentre la kickboxing aveva dalla sua la forza dell'informalità, della resa in tempi piuttosto brevi e inoltre TUTTI sapevano cosa fosse! E onestamente non mi andava di mettermi in kimono o come altro lo chiamano.
Entrammo in questa palestra che aveva due sale da allenamento oltre quella pesi. Come ambiente niente male; In una si stava svolgendo una lezione di kickboxing, piena come un uovo; la mia attenzione però si catalizzò quasi subito sull'altra sala, solo tre allievi e l'istruttore che usavano i doppi bastoni. Mi colpì subito il nero funereo delle divise su cui campeggiava una scritta misteriosa: Jeet Kune Do! Il gestore della palestra mi mise in mano un foglietto (ce l'ho ancora!) in cui era descritto a grandi linee cosa era e come si articolava una lezione di JKD-Kali. La volta successiva decidemmo di provare una lezione. Tutto perfetto, l'istruttore e gli altri allievi si dimostrarono in gamba e riuscirono a entusiasmarci.
Nel gennaio 2001 iniziai il mio cammino per la via d'intercettare il pugno. Non so perché, ma presi la cosa molto sul serio, oltre a non perdermi una lezione a casa mi esercitavo, cercavo sempre qualcuno con cui allenarmi, presi a fare ginnastica per rinforzarmi e stretching per sciogliermi, fisicamente ero messo maluccio. Qualche tempo fa mi chiesi cosa mi spinse. Compresi che lo facevo per una semplice ricerca interiore. Non avevo fiducia in me stesso e non riuscivo a bluffare come tanti altri. Comunque i risultati non tardarono ad arrivare; dopo due mesi feci il primo round di sparring con l'istruttore, presi una passata di smatafloni che me la ricordo ancora, nonostante un high kick preso in pieno che letteramente spense il cervello per qualche istante, ma, cosa per me totalmente inedita, mi “incarognii”. Invece di tirare i remi in barca e di raccontarmi “non fa per me” presi ad allenarmi più di prima, cercavo di fare gli esercizi di coppia sempre con qualcuno più esperto, cercavo per quanto possibile di spiarne i movimenti, diventare bravo era ed è ancora il mio unico scopo.
Alla fine dell'anno sportivo ero davvero soddisfatto, l'istruttore saggiamente lesinava anche qualche complimento, (saggiamente perché è dannatamente facile che qualcuno, come il sottoscritto senza fare nomi, si monti la testa) e cominciavo a sentirmi bravino. In autunno arrivò il test in esterna. Non mi dilungo tanto perchè non è un episodio di cui amo parlare, comunque un individuo fece del male a una persona a me cara. Andò male, rimasi praticamente incolume, quello un po' meno e si prese la briga di denunciarmi. Non esito a dire che quel fatto fu lo spartiacque della mia vita, sia marziale che ordinaria. Marzialmente ciò che mi stupì fu l'automatismo e la furia della reazione, l'effetto dell'adrenalina e il flashback di ricordi più confuso che ancora attualmente posso vantare.
In quel momento lo volevo morto, non esisteva altro.
Mi raccontarono in seguito che dovettero strapparmelo dalle mani due volte, più una terza sedata sul nascere. Sul momento mi sembrava di non avere un graffio, poi per i tre giorni successivi patì dolori ovunque. Non ricordo quasi nulla, poche immagini sfocate, ricordo anche qualcuno che diceva “calmo calmo”.
Mi fece enorme impressione poi che un padre di famiglia con moglie e figlio in macchina si prenda la briga di bloccare il traffico per minacciare due ragazzini in motorino, una minorenne tra l'altro, per una piccola incomprensione stradale.
Una enorme sciocchezza vi giuro. In seguito capii che voleva solo impaurirci.
Ci sarebbe da discuterne per ore sul perché o il percome ma non trovo sia la sede adatta.
A livello marziale dicevo, mi sentii solo in dovere di continuare ad allenarmi con dedizione ancora maggiore. A livello mentale invece ne uscii fortificato come mai prima. Un po' come quello che succede a un calciatore che segna la sua prima rete, o un pilota che vince la sua prima corsa. Pian piano iniziavo a rendermi conto che ero in grado di fare qualsiasi cosa, dove non arrivavo con l'istinto sarei arrivato con la dedizione e il lavoro. Fu in quel periodo che cominciai a leggere gli scritti di Bruce Lee (Manuale pratico del Jeet Kune Do) e fu la folgorazione definitiva.
Ve li consiglio caldamente.
Divenni al tempo stesso razzista nei confronti degli esseri umani. Che sia un pregio o un difetto non mi interessa. Compresi che al mondo ci sono due tipi di individui: gli ignoranti ed aggressivi, coloro che vivono nell'invidia per il prossimo, coloro che, come disse Mussolini, “non hanno il coraggio della loro debolezza”.
Poi ci sono quegli individui gentili e sorridenti, intelligenti e creativi, coloro che rispettano perché stimano. E io, scusate ma ne vado estremamente orgoglioso, sono diventato parte dei secondi ed è di queste persone che amo circondarmi, con cui trovo utile impiegare il mio preziosissimo tempo.
Ho davvero trovato quello che cercavo, una semplice pratica che doveva essere soltanto fisica mi ha fatto diventare una persona migliore.
Il rimedio per la mia sofferenza era con me fin dall'inizio. E' di Bruce questa frase.
Scuoladarmi alle 10:19 in: riflessioni, ricordi, arti marziali, allenamento, jeet kune do, kickboxing, racconti dei lettori
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Rassicurante vero? 

Riporto un commento al precedente post “come diventare maestri imbattibili” e aggiungo un piccolo aneddoto.
Apro quindi una discussione
Eccoli i sopravvissuti agli allenamenti intensivi di questo torrido Luglio.
Prima di tutto evitiamo facili battute.
Finalmente on line il video della manifestazione di questo 14 Giugno!