mercoledì, 16 dicembre 2009
Cinque dita di violenza
Ecco il secondo post dedicato ai racconti sulle proprie esperienze marziali inviati dai lettori del blog.
Leggetelo tutto d'un fiato. E' bellissimo.
Se, per quelli della mia generazione che tale atmosfera hanno appena fatto a tempo a vederla, dev'essere assolutamente imperdibile per quelli della generazione precedente.
La prima che entrò in contatto con le arti marziali orientali.
Buona lettura!
La mia passione per le arti marziali, come quella di tanti, nasce durante l’infanzia, al cinema. Non fu però Bruce Lee ad accendere la mia fantasia e nessun attore in particolare.
A me piacevano le storie.
Avevo nove anni circa quando esplose in Italia la moda dei film cinesi di arti marziali. Il mio primo film fu “Cinque dita di violenza” del 1972. Io lo vidi nel '73 in terza o quarta visione.
Ricordo che non mi piacevano i film di ambientazione moderna, ma quelli in costume. Il mio preferito era “Con una mano di spezzo, con due piedi ti rompo” o qualcosa del genere. Era il rifacimento a mani nude di un classico delle arti marziali wuxiapian (The One-Armed Swordsman, mi pare, in italiano Mantieni l'odio per la tua vendetta), film cinesi in costume di cappa e spada (ma questo allora non lo sapevo). C’erano molti combattenti, era una specie di “Tekken” ante litteram, monaci tibetani che si gonfiavano, thai boxers, lottatori persiani e via dicendo.
Comunque, tutte le domeniche alle 4 del pomeriggio, 300 lire in tasca e via al cinema. Il primo me lo persi, ci andarono tutti gi amici del mio vicinato (in paese non c’erano quartieri, ma “vicinati”, “bisciausu” in sardo). Era intitolato “La treccia che uccide” e se mi capita lo vedrei anche adesso.
Ero piuttosto timido e quindi non mi mettevo a giocare tra il primo ed il secondo tempo dei film, come facevano molti altri ragazzini, e neppure “combattevo” in piazza all’uscita dal cinema. Questo anche per un altro motivo: l’eroe del film non attaccava mai briga per primo, veniva sfidato, insultato e solo dopo varie provocazioni reagiva…
Naturalmente la visione dei film si trasferiva, vista l’età, nei giochi quotidiani: ogni attività si “ibridava”con le arti marziali, allora si diceva semplicemente “karatè” (con l’accento acuto sulla “e”).
Quindi i classici “nascondino” o “acchiappa, acchiappa”, giochi generalmente unisex, diventavano molto più virili con l’aggiunta del “trattino karatè”. Facile da immaginare capire cosa fosse “nascondino – karatè”: ci si nascondeva e per essere catturati non bastava essere scoperti, ma si doveva combattere. La cattura c’era solo se si vinceva il combattimento. Insomma, la cattura era reale. “Acchiappa, acchiappa” idem…
Certo, organizzavamo anche estenuanti tornei, embrioni di K1. Si combatteva uno contro uno, due contro uno, tre contro uno e variazioni sul tema. Quando si combatteva d’estate, il nostro aspetto era quello di micro thaiboxers: scalzi, abbronzati, petto nudo e pantaloncini.
I combattimenti erano sempre full contact. E senza limiti di tempo. Si vinceva per resa oppure per uscita dal ring. Perché avevamo anche il ring. A dire il vero era piuttosto semplice da costruire. Si saliva sul tetto di una casa disabitata, si tirava giù una tegola e con questa si disegnava sull’asfalto un cerchio o un quadrato o qualsiasi figura geometrica (non l’ottagono, questo non l’abbiamo inventato noi…).
Chi usciva perdeva.
Erano altri tempi. In una strada cittadina, asfaltata, si poteva concludere uno o più combattimenti senza essere interrotti da un’auto.
Gli allenamenti erano quotidiani ed estenuanti, il combattimento continuo e poteva capitare di essere attaccati in ogni momento. Ricordo che una sera d’estate io ed un amico con cui stavo chiacchierando seduto sull’uscio di una casa (non casa mia, ma di una signora del mio vicinato) fummo attaccati da altri due amici con calci volanti. L’allenamento costante ci rendeva rapidi nella reazione e riuscimmo a schivare l’attacco.
Non lo stesso successe alla porta, che fu sfondata dall’impeto dell’attacco: i due entrarono direttamente nella casa della vicina!
Lo stile di combattimento era cinematografico perché i nostri maestri erano sullo schermo. Quindi molti calci alti e calci volanti (compresa la serie alla “Bruce Lee”), soprattutto volanti. Un combattimento due contro uno fu concluso con un doppio calcio volante che i due diedero al malcapitato che si trovò con i piedi sulla linea tracciata sull’asfalto che fungeva da limite del ring.
Fece un volo di qualche metro e si schiantò su un muro…
Lo stellone dei bambini volle che mai nessuno si facesse male, a parte i lividi.
Le prime esperienze reali furono con lo judo (o si dice il judo?) .
Ma questa è un’altra storia.
Scuoladarmi alle 17:26 in: film, arti marziali, judo, kung fu, racconti dei lettori
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Ci sono ambiti in cui la normale difesa personale non arriva.
I testi sono di una comicità surreale che trovo irresistibile.
Tanto, tanto, tempo fa Massimo conobbe un maestro di arti marziali che i suoi benevoli amici soprannominarono amorevolmente “il Troll”. Il nomignolo era dovuto sia a ragioni di tipo fisico (il Troll si presentava tracagnotto, braccia corte, gambe lievemente arcuate, torso ampio a botte) che, usando un termine forse improprio, mentale (simpatia prossima a quella di una verruca e capacità intellettive in linea coi principi del Jeet Kune Do, ovvero, Semplici, Dirette e non convenzionali).