giovedì, 10 dicembre 2009

I racconti dei lettori

 

E' con piacere che inizio un piccolo ciclo di "racconti dei Quaderno_a_112_folgi_in_formato_A5_o_A6___112_page_blank_book_in_A5_and_A6_formatslettori" 
Si tratterà di post scritti dai lettori di questo blog riguardanti il proprio cammino nella pratica delle arti marziali e sport da combattimento. Ecco il primo:



Ho iniziato a praticare arti marziali in prima superiore. Il motivo è stato semplice...alle medie ero lo stereotipo del Nerd (magrissimo, brufoloso, imbranato, secchionissimo) in una classe dove i ripetenti maschi erano il 70% (non esagero è una stima esatta) ed avevano 2 anni più di me (rammento a chi legge che due anni in fase di pubertà segnano la differenza strutturale tra un uomo ed un bambino).
Il risultato erano una certa quantità di lividi, di scherzi pesanti e di insulti.
Ho iniziato a praticare taekwondo perché la mia città offriva una ristretta prospettiva di opportunità...e il tkd era la prospettiva più vicina a casa.
Evito la miriade di amenità che ho ingurgitato in quel periodo (comunque uno dei più belli della mia vita), tipo che "le gambe sono tre volte più forti delle braccia e che quindi le braccia non servono a niente"...che avrei imparato a picchiare uno "con le mani infilate nelle tasche dei jeans"...insomma tutto il repertorio.
Ma la mia giovane mente ricca di ormoni, trangugiava avidamente tutto quel distillato di vaccate a cui venivano abbinate delle improbabili tecniche di difesa personale che mi facevano sentire un novello VanDamme.
Purtroppo col tempo gli ormoni, come i miei capelli, sono diminuiti e il cervello a ricominciato ad essere irrorato di sangue. Terribile conseguenza la comprensione che quanto mi ero prefissato all'inizio della mia carriera marziale non era stato raggiunto. 
Vuoi sapere esattamente come l'ho capito? Facile anche questo...ho preso un pugno in faccia (ho ancora il naso visibilmente storto)!
Nel lontano...vabbé evitiamo che altrimenti ripenso a quanto tempo sto impiegando per laurearmi...decisi di praticare Hapkido.
Il motivo era sempre lo stesso, "migliorare la mia difesa personale". Ora, il mio maestro di tkd (che restava nel bene e nel male la mia principale fonte di allora), sosteneva con assoluta fermezza che se il tkd era l'arte marziale "più invincibile" che esistesse, l'Hapikido era addirittura meglio.
Non conosci l'Hapkido? Faccio una descrizione sintetica...prendi la versione guerriera del tkd praticato dai hwarang (taekyon se non ricordo male, e no, hwarang non è il personaggio di tekken) ed aggiungici l'arte marziale dei samurai (daytoryujutsu credo? comunque sia quello che spacciano per il jujitsu dei super Sayan dal quale discende anche l'aikido [così diceva chi me lo insegnava])...agita bene per circa ottant'anni ed avrai il più contorto insieme di tecniche pensabili da un orientale.
Il risultato fu talmente deludente che decisi di abbandonare completamente le a.m. e di dedicarmi ad altro.
Ma la passione dopo un po' si rifece sentire e mi iscrissi a fare pugilato (motivo? basta roba con gli occhi a mandorla!!). Esperienza bellissima ed intensissima. Smisi per un solo motivo...mi sentivo incompleto.
Fu così che approdai alla lotta (e che appresi qualcosa di muay thai) che non avrei mai abbandonato se non fosse stato per l'eccessivo impegno degli allenamenti che non concordava alla volontà di mio padre di non mantenermi a vita agli studi!
Ebbene tutto questo polpettone per dire cosa? A dire il vero ancora nulla ma adesso ci arrivo...
La lotta non è un'arte marziale e non ha velleità difensive (anche se un bravo lottatore [che NON sono io], a mio modestissimo avviso, ha impostazioni migliori di tante "cose" che avevo visto in precedenza)...e fu lì che per la prima volta compresi il senso di allenarmi senza aver in mente l'idea di dovermi difendere. Allenarmi semplicemente perché mi piaceva...e basta.
Tornando alle origini, ovvero al TKD, lì quattro amici (in realtà tre amici ed uno stronzo che spero gli esploda una supernova nel culo) presero strade diverse dalla mia. Uno ora fa wt, uno è diventato istruttore di JKD (credo jun fan?boh), uno è passato al powerlifting e l'ultimo (quello a cui voglio bene) è diventato cintura nera di tkd e hapkido (lo lasciai che iniziava a fare capoeira)...
Le mie opinioni. Parto dalla fine... tkd+hapkido+capoeira=britneyspears. Powerlifting...io riesco a metterlo sotto semplicemente con la lotta (libero di credermi o meno) anche se lui in panca solleva tipo 160kg (medaglia d'argento alle gare nazionali...)...ma del resto ha perseguito altri obiettivi...quello che mi fa riflettere e che un rompipalle attaccherebbe briga più con te piuttosto che con lui che è davvero imbranato a difendersi. Ma ora passiamo al meglio...
Negli ambienti di wt e jkd che ho potuto visitare tramite i miei ex compagni (stage, corsi, palestre di loro amici ... fatti da parte mia spesso solo come ospite) ho trovato ambienti spaventosi.
Io ho visto i risultati degli allenamenti affrontati infondendo agli allievi una psicologia stile pitbull. Il risultato è per l'appunto un pitbull, non un uomo!
Ho sentito ragazzi che mi dicevano che quando si sedevano in un pub si disponevano in modo da visualizzare uscite e possibili aggressori.
Io ho commentato che quando vado in un pub mi siedo dove riesco a vedere gnocca e quanto più vicino possibile a dove spinano la birra!
Ho visto, sentito, annusato ragazzi che pensano solo a combattere, a far a pugni, che hanno lo spasmodico bisogno di dimostrare tutta la loro incredibile potenza guerriera! Che camminano pensando che ogni altro maschio sia un maschio alfa da abbattere perché un possibile nemico, un possibile aggressore. Forse loro si sanno difendere meglio di me. Anzi ne sono certo... ma io vivo meglio!
Nella mia vita sono stato aggredito e sono sopravvissuto sempre ottimamente, ma più che per i miei (scarsi) meriti marziali, sempre perché ho ragionato tantissimo ed affrontato la situazione con calma. Il problema è che in certi luoghi non ti insegnano a difenderti...ma ad aggredire il tuo aggressore.
Questi grandi guerrieri sfornati dalle palestre per pitbull non hanno idea di cosa sia una rissa, o peggio un'aggressione. Credono che sia come in palestra dove l'istruttore ti picchia e più ti picchia più tu cerchi di darne. Non sanno che la gente per strada spara alle spalle o, se l'hai picchiata troppo perché magari sei davvero bravo, poi ti viene a cercare meglio equipaggiata. 
Quando ho fatto pausa dal mondo marziale, ho potuto per la prima volta applicare quella massima di Musashi che recita "guarda le cose vicine lontane e le cose lontane vicine". Ho potuto vedere il mondo delle a.m. (o forse dovrei dire della difesa personale?) facendo un passo indietro, da distante, ed è un mondo che spesso non mi è piaciuto.
Imparare a difendersi non può significare diventare peggiori dei nostri aggressori. Dopo tanto tempo impiegato ad allontanarmi da quel mondo "tradizionale" perché lo pensavo (credo a ragione) inefficace, comunque guardo a quella ingenuità quasi con rimpianto, perché il mio maestro di tkd, per quanto insegnante monodimensionale, non mi ha mai insegnato a picchiare nessuno, ma solo (anche se parzialmente) a combattere... che è tutta un'altra cosa.
Ok sono stato sufficientemente noioso...ma ho bevuto l'idromele e l'ora (non l'idromele, lui mai!) mi annebbia sufficientemente la mente da rendermi pedante.
...e tutto insieme ha fatto riemergere dall'oceano della memoria, i relitti di ricordi le cui vele non si gonfiavano da tempo...e in quegli spettri ho visto anche il fantasma di ciò che sarei potuto diventare. Che paura!
...io mi scolo l'ultimo bicchiere e resto a cullarmi nei ricordi...quelli piacevoli...di quando avevo sedici anni ed ancora in testa tanti capelli.


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lunedì, 05 ottobre 2009

Casi da spogliatoio 3



chuck-norrisIn verità questo post dovrebbe titolarsi: “Teorie da spogliatoio”
Probabilmente dovuto all’acqua che dalle docce viene portata goccia a goccia dagli atleti che si asciugano, la terra portata con le scarpe usate fuori rende lo spogliatoio un ambiente fertile per il germogliare di interessanti teorie.
Teorie che, in linea con quelle che sono le leggi di natura, alle volte germogliano e danno sorprendenti frutti, altre volte decadono, ritornano alla terra e creano un humus capace di dare vita a nuove meravigliose specie.
Così di tanto in tanto, andando in giro e provando palestre diverse, mentre altri seminano, annaffiano e fanno crescere, io, zitto zitto, raccolgo.
Esattamente dall’albero, senza cuocerle né lavarle, eccovene un cestino.
Sotto. In corsivo. Il mio commento.

“...credo che Bruce Lee, alla fine, l’abbia ucciso la triade cinese. Aveva rivelato troppo delle arti marziali. Devono aver mandato uno dei loro assassini che conoscono quelle arti dei tocchi mortali...”

< ...e Chuck Norris allora? >

“La dieta vegetariana? Funziona troppo bene. Un periodo ero diventato vegetariano e mangiavo solo mozzarella a pranzo. Oh!... Dimagrito moltissimo e avevo anche un sacco di energie. Poi un’amica mi ha detto... Ma sei troppo magro ! ... Allora ho ripreso a mangiare carne”

< ... Troppo tardi, la mozzarella era già arrivata al cervello...>

Un ragazzo senza sapere che praticavo Kali filippino, parla di un istruttore che conoscevo.

“... E poi ho visto queste tecniche di Kali col coltello. ... Cioè, uno ti attacca col coltello e lui ...e ti taglia il polso ...e ti taglia il braccio e ti taglia la gola... Eh... Troppo così... Cioè ... Che cazzo stai facendo?...”

<... Mh... Kali filippino?...>

“Secondo me bisogna iniziare dal fare le cose più difficili. Perchè poi quando ti alleni a farle dopo, quelle più facili vengono subito.”

<  Certo... Iniziamo dai calci volanti...>

“Guarda, lascia perdere i pesi. Gonfiano e basta e non servono a niente. Perché poi il muscolo quando è molto grosso si allunga male ed è poco reattivo. ... E diventi lento.”

< ... Se rimango immobile forse penserà che sono morto e smetterà di parlare con me.>



Scuoladarmi alle 21:31 in: ricordi, diario, arti marziali, kali filippino
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mercoledì, 23 settembre 2009

Casi da spogliatoio.



Vorrei lanciare una piccola sfida goliardica.
In tema di chiacchiere da spogliatoio mi piacerebbe collezionare gli aneddoti più divertenti a cui avete assistito
Vale qualsiasi spogliatoio anche non di arti marziali e vale qualsiasi personaggio anche non del corso che frequentavate.
pronti ? Via!
Comincio io :-)

Ferite di guerra.

Bambino violentoQuesto risale ai miei primi mesi di pratica nelle arti marziali. Palestra di Karatè Shotokan, ero piccolino, grassottello ma nonostante questo in un Karate-gi un po’ troppo grande per me. Durante un esercizio ci mettiamo in fila e uno dei ragazzini più grandi mi passa davanti.  Più grande di me, più alto in grado (una cintura verde mi pare) quando gli faccio notare che c’ero prima io si gira e mi fa lo sguardo cattivo. Non faccio a tempo a spaventarmi che il maestro lo richiama all’ordine.
Poi negli spogliatoi, ben attorniato dai suoi amici (cinture colorate ma di livello inferiore), mi affronta e minaccia agitando il pugno:  “Ma lo sai che se voglio con questo pugno ti stendo?!”  ... o qualcosa del genere.
Rimango immobile e non rispondo. In verità non sapevo che dire ma lui evidentemente interpreta il fatto come se non fossi abbastanza impressionato.
Allora mi si avvicina mi mostra l’altra mano con due graffietti sottili sottili sulle dita e aggiunge:
“... ma lo sai come me li sono fatti questi tagli?”
“...emh.. no..” sussurro, pensando che magari si aspettava davvero una mia risposta.
Rimane serio, fa una pausa ad effetto e poi aggiunge:
“Combattendo!”
Ecco adesso si che sono terrorizzato a morte.

Scuoladarmi alle 12:54 in: ricordi, diario, ironia, scazzo
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mercoledì, 19 agosto 2009

Manga viventi


La domanda che mi fanno quando parlo del viaggio che ho fatto è
”Ma è come nei manga?”
La risposta è “Si, è come nei manga”.

IMG_4210Prima di partire pensavo che il Manga fossero delle caricature, delle distorsioni della vita reale, beh, anche se sicuramente non si vedono ragazzette tirare calci volanti perché qualcuno ha attentato alla loro virtù (ma non posso esserne sicuro non essendo mai entrato in una delle loro scuole) moltissime cose e loro stessi mi hanno ricordato ciò che ho visto nei fumetti giapponesi.

Qualche esempio:
Ragazzine a passeggio con in mano gelati enormi (e non era per finta li mangiavano a quattro ganasce !!!),

Cameriere in posa con le mani in grembo e il busto già pronto in un accenno d’inchino (una l’ho vista da una finestra, nel caffè non c’era nessuno ma lei era lo stesso così... come se fosse una specie di posizione di riposo)

Le dita a “V” in tutte le foto.

Salutarsi ad una distanza di pochi centimetri facendo ciao con la mano.

Il resto dato con due mani con le banconote tenute distese con indice e anulare.... e un piccolo inchino, ci mancherebbe.

I bambini con il kimono delle feste andare in giro con le granite a montagnola con lo spruzzetto sopra di sciroppo coloratissimo.

I giardini tenuti benissimo con gli alberelli nani, il ponticello in pietra o rosso vivo, i laghetti e le aiuole di sabbia tirata a rastrello in forme circolari.

Gli snack di pesce, le zuppe pronte con spaghetti, gli stecchi con roba fritta (tipo wustel ricoperti di pastella... roba leggera insomma)

I paninetti dolci e le pesche rosa rosa con il culetto.

Le vecchine curve che sembrano arrotolate come una girella e hanno il volto così rugoso che pare tirato in avanti.

I bambini che alle feste portano la maschera dietro la testa come una seconda faccia.

... e le polpette di riso... buonissime, avvolte in una foglia d’alga per tenerle fresche.
Inevitabilmente ho imparato a farle...

ah... la pesca in foto costa 10000 Yen, ovvero circa 70 euro.
... si... l’una.
Scuoladarmi alle 11:35 in: riflessioni, giappone, diario, manga, viaggio, pesche
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giovedì, 06 agosto 2009

Domo Arigato Chizuko Sensei!


“At least I did it! This is my first meal japanise-style. :-)
Thank you very mutch Chizuko Sensei!!!”

IMG_4867


In viaggio con Roberta siamo riusciti a scovare un’associazione culturale che proponeva corsi ai turisti sulle varie arti della cultura giapponese.
Fare un breve corso di cucina ci è sembrato irresistibile e così ci siamo cimentati.
Da programma abbiamo fatto il Dashi, un brodo di pesce (sarebbe qualcosa di più ma non voglio annoiarvi)  che fa da elemento base a molte ricette, la zuppa di miso con tofu e alghe, l’insalata di ... beh, una verdura che assomigliava agli spinaci e una salsa a base di sesamo, ed infine i rolled-sushi.
Il risultato di questa breve esperienza culinaria lo vedete in foto.


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Se si ha pazienza cucinare Japanise-style, è fattibile e divertente. Inoltre la preparazione del cibo rende il pasto più piacevole anche per l’occhio e costringe, virtù dei vari piatti e piattini, a mangiare con calma, gustandosi i vari sapori.
Vi anticipo che con Roberta siamo riusciti a riprodurre gli “onigiri” le mitiche polpette di riso e ci stiamo studiando un modo per fare anche i Doraiaky, i pancake dolci ripieni di marmellata di fagioli azuki ... ovviamente cercando qualcosa che sostituisca degnamente i faglioli azuki.

922 chizuko
Scuoladarmi alle 11:10 in: giappone, maestri, diario, cucina
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martedì, 04 agosto 2009

Storie da libro Cuore


Per certe cose questo viaggio mi ha lasciato davvero disarmato.
Vi racconto questa.

583Partiamo per andare a Kawaguchiko, un paese vicino al monte Fuji meta della tappa successiva a Tokyo.
L'ultimo treno, dopo i due superveloci che prendiamo è un trenino che ricorda più un tram... ben tenuto ma decisamente modesto.
Si respira l'aria campagnola delle località di villeggiatura decentrate dalle grandi metropoli. La stazione in cui arriviamo è nello stesso stile.
Piccolina, ben tenuta e, come si conviene alle località meno toccate dai turisti stranieri, con le indicazioni tutte in giapponese.
Ora il problema ara arrivare al nostro albergo per cui, come da prenotazione, sarebbe dovuto esserci uno shuttle bus apposito.

Provo a chiedere informazioni e (dio benedica le lezioni in mp3 che ho ascoltato le tre settimane prima di partire) riesco a farmi capire e percepisco la parola "denwa" , telefono. ovvero, bisogna chiamarli.
Si, ma dove, e come ? ... e a che numero?
L'autista dell'autobus a cui ho chiesto mi indica una direzione dove posso fare la chiamata, non capisco esattamente cosa intende ma perplessi con Roberta ci incamminiamo.
Nel farlo occhieggiamo un gruppo di tassisti uno di questi si avvicina ed io penso adesso ci propone di portarci lui. ... e a dirla tutta avrei accettato di buon grado.

Così è infatti ma non ci conduce verso il suo Taxi.
Ci fa strada verso il centro informazioni (almeno supponiamo lo fosse) e spiega la nostra situazione.
La signorina del centro con le sue dieci parole di inglese turistico imbastisce un dialogo e mi fa capire che chiamano il bus per noi e ci avvisano quando arriva.
Io e Roberta damo sfogo al miglior "domo arigato gozaimasu" che riusciamo a produrre insieme a svariati inchini.

Il tassista fa un cenno con la mano come a dire "nulla, ordinaria amministrazione"
Scuoladarmi alle 10:39 in: giappone, diario, taxi
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mercoledì, 29 luglio 2009

Maid Cafè


I Maid Cafè sono caffetterie giapponesi in cui le cameriere sono vestite in stile francese.
Detto così suona proprio strano... ma credetemi in Giappone mischiare "sacro e profano" o più semplicmente fare un gran casino mettendo assieme elementi che non hanno alcuna attinenza tra di loro solo perchè il risultato è bello o divertente è prassi comune.
Non credo che ci sia uno scopo o una filosofia particolare dietro, penso che sostanzialmente se ne freghino.
Un po' come avere sull'ultimo piano di un centro commerciale (all'interno non sulla terrazza) un tempio in cui puoi appendere le tue preghiere scritte su un fogliettino (ci fai un nodo e le stendi come il bucato)...
... e letteralmente affianco dei distributori automatici di bibite.
... perchè la sete non va presa sottogamba.
... ed infatti nell'occasione mi sono preso una pepsi next.

Comunque.DSCN3381
Tornando ai Maid Cafè.
L'idea mi sembrava simpatica per cui, durante una pausa caffè a metà mattina ad Akihabara ne cerchiamo uno e con Roberta ci facciamo un salto.
Ci accolgono con un benvenuti ( in Giappone lo fanno sempre quando entra un cliente... più e più volte) ci sediamo e decidiamo di provare il Cheesecake.
Quello che non mi aspettavo in quest'atmosfera molto da manga (nel frattempo sono arrivati altri clienti di tutti i generi mentre in uno schermo del locale davano il cartone animato di alcune camerierine che cercano di salvare il mondo dagli assalti di mostri dall'aspetto vagamente somigliante al cibo) era il modo in cui prendono le ordinazioni.
La tipa si avvicina e mi si inginocchia affianco.
Non so fuori ma dentro stavo arrossendo paurosamente. Mantengo il contegno e indicando il set Cheesecake più cioccolata (Setto come dicono loro) e un bel caffè per me , faccio la mia ordinazione.
Tutta contenta la signorina scrive poi si alza e quando torna ci porta tutto e si inginocchia di nuovo accanto a me e mi fa: "Nihongo?"
... e mi indica...
Provvidenziali le mie audiolezioni di giapponese mi vengono in aiuto.
Mi chiede se parliamo giapponese... anzi praticamente dice "giapponese?"
Rispondo in inglese che conosco solo poche frasi fatte.
Mi guarda impietrita un attimo mi sorride e di nuovo ripete "Nihongo?"
Ok... l'hai voluto tu... sparo la mia frase fatta: "Watashi wa Nihongo hanasemasen" ovvero, non parlo giapponese.
ahhh! Mi fa il segno di "ok" con le dita, soddisfattissima che le abbia detto in giapponese che non so dire altro in giapponese.
.. in effetti sono soddisfatto anch'io.
Solo che non funziona.
Mi dice altro in giapponese e mette le mani a cuore (unisce i pollici e curva le dita unendole in modo da fare un cuore) e canticchia qualcosa.
Mi guarda.
Si aspetta qualcosa da me.
Tossicchio.
Ripete la canzoncina.
provo a ripeterla anch'io non con ottimi risultati... abbozzo le mani messe a cuore.
Nuovamente mi sorride mi ringrazia e se ne va.
Di tutta la canzoncina ho colto solo la parola "oshi" che sarebbe "delizioso.
Forse è riferito alla torta ma in un contesto del genere potrebbe voler dire qualsiasi cosa. Assaggiamo il Cheesecake.
Mentre valutiamo con Roberta se sia stato fatto con tofu (secondo me si) notiamo come la canzoncina con le mani a cuore venga cantata allegramente anche dagli altri clienti.
... dopo un po' la sento anche ripetuta nell'orribile cartone animato che danno sugli schermi del locale.. dev'essere il loro marchio aziendale o qualcosa di simile.
Chiediamo il conto che ci viene portato rigorosamente in ginocchio e ce ne andiamo via districandoci tra una selva di inchini e ringraziamenti.
Faccio a tempo a sbirciare prima di andare via che una delle cameriere ha disegnato un cuoricino sulla crepe ripiena di un cliente e scritto qualcosa in giapponese con il ketchup.
magari ha scritto Oshi...
Scuoladarmi alle 10:08 in: giappone, diario, viaggio, cameriera
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mercoledì, 17 giugno 2009

Tirando le fila dei Barbari


Coraggio... questo post è l'ultimo della serie...

fantasy
Il cambiamento è tutto intorno a noi... in noi... siamo noi.
Allo stesso tempo è difficile percepirlo.
Così come ciò che è troppo lento ma pur presente (il moto terrestre ad esempio) allo stesso modo di ciò che è tanto veloce da sembrare altro ... e produrre altro (i fotogrammi di una pellicola cinematografica).
Le arti marziali non fanno differenza. cambiano anch’esse e sono allo stesso tempo esse stesse in qualche modo origine e motivo del cambiamento. A volte repentino. A volte appena percettibile.
Riassumo.... e organizzo.



La situazione è questa: I sistemi di arti marziali tradizionali subiscono la concorrenza e l’influenza di nuovi metodi (I barbari). Alcuni orientati allo stesso scopo, come i sistemi di difesa personale di matrice militare; altri sbilanciati verso l’aspetto sportivo-competitivo come il Brasilian Ju Jutsu, il Sambo, la Shootfighting e i sistemi di MMA in genere.
Altri ancora a cavallo dei due, cui includiamo le varie tipologie di Jeet Kune Do e i sistemi di street fighting.

I nuovi barbari delle arti marziali contestano l’efficacia... contestano la validità della tradizione... contestano i tempi necessari per conseguire risultati utili ... contestano la filosofia dietro l’allenamento ma soprattutto la necessità di averne una.

Se dovessi individuare gli elementi caratteristici di questa “rivoluzione” direi:

Il “Tempo” ... anzitutto.
Non abbiamo più così tanto tempo da dedicare a ciò che sia estraneo al nostro lavoro. Spesso viviamo nei ritagli e quei ritagli vogliamo che fruttino al meglio.
E’ l’epoca dei tutorial dei manuali di istruzioni con le direttive rapide per iniziare subito, dei telefilm con storie condensate in venti minuti, della palestra in pausa pranzo.
Chi ha più così tanto tempo da investire in un’attività totalizzante come un’arte marziale tradizionale? ...oltre a chi la insegna intendo.

Gli “spazi” ...subito dopo.
“Dojo”  non ha nulla a che vedere con palestra. La sacralità di un luogo riservato univocamente ad una pratica... pensato, realizzato e attrezzato a quello scopo è qualcosa di abbondantemente fuori dai nostri tempi.
Il Dojo di Karate era tale e basta. Al limite negli orari liberi della mattina si teneva qualche corso di ginnastica dolce o yoga. Oggi la parola magica è “polifunzionale”.
Così trovate tranquillamente insegne in cui si accomuna “Shotokan” e “Balli caraibici” . Nessuna vergogna, i tempi cambiano e il Dojo non esiste nemmeno più come concetto.

La pratica e i risultati, infine.
Ripercorrete i passaggi che fate quando installate un software nuovo.
Lo installate, lo aprite e poi iniziate ad usarlo. la lettura di un manuale di istruzioni è riservata a chi ci lavora in modo professionale. per tutto il resto è il software stesso che vi spiega come essere usato o è talmente intuitivo da non necessitare di istruzioni particolari.
Tutto il resto non trova spazio.
Il rapporto pratica/risultati deve essere in attivo quasi da subito e dare progressivamente risultati sempre migliori. Cosa rispondereste all’istruttore di bodybuilding se vi dicesse che prima di un anno non vedrete il benché minimo risultato?
Le arti marziali, proprio perché arti, richiedono tempo, pazienza e dedizione.
O, in una parola: “fede” ...
E’ la classica storia di una donna di cui si è innamorati e che ci richiede tempo per decidere se contraccambiare il nostro amore. Tempo, pazienza e dedizione... nessuna garanzia che poi si venga ricambiati.

Forse vi aspettavate qualcosa di diverso.
Forse vi aspettavate in un qualche salvataggio all’ultimo, in cui la tradizione riesce in qualche modo a sopravvivere anche nel nuovo e a rinnovarsi attraverso esso (il brasilian ju jutsu sarebbe stato un esempio ottimo... ed anche il Jeet Kune Do perché no?).
In tal modo i nuovi barbari avrebbero apprezzato ciò che c’era di utile nei sistemi tradizionali, tenendo in vita il sapere della civiltà che avevano conquistato e, in parte, distrutto.
Esempio storico i “barbari” romani che, conquistata la Grecia vennero a loro volta conquistati dalla sua cultura.
Purtroppo, a mio parere, le cose non stanno così.
Mancano le condizioni perché possa essere così: di tempo, di spazio e di “fede”.
mancano le condizioni anche solo per analizzare perché così non possa essere.
Questo ciclo di post in tal senso è un qualcosa che già non trova posto nel nuovo universo dei “barbari delle arti marziali” così come il fatto , se lo avete fatto, di averli letti tutti!

Quindi?
Credo che sia giusto farsi una ragione del fatto che le arti marziali tradizionali presto o tardi cederanno definitivamente il passo. Diventeranno oggetto di culto come oggi sono i videogames anni ottanta per i retrogamers, o le produzioni indipendenti per gli amanti del cinema.

Qualcosa che, se piace, va vissuto proprio come l’amore romantico cortese, quello dei romanzi cavallereschi per intenderci: in cui si ama a prescindere dall’essere ricambiati.
Scuoladarmi alle 16:55 in: riflessioni, diario, arti marziali, ricerca, barbari
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martedì, 09 giugno 2009

La calata dei barbari 5


headL'immagine, Orwelliana oserei dire, rende pienamente il tema di questo post.
L'ultimo prima di un riassunto che tiri un pò le fila di quanto scritto.
Buona lettura!

Il fatto è che la Tradizione non esiste.
Non so se vi rendete conto della “blasfemia” di un’affermazione del genere per chi pratica sistemi marziali tradizionali.
Il concetto di tradizione come conservazione di una pratica immutata nel tempo attraverso diverse generazioni è nel migliore dei casi una semplificazione ingenua o un’astrazione lontanissima dalla realtà. Il semplice passaggio di informazioni da una persona all’altra trasforma le informazioni stesse.
Avete presente il vecchio “gioco del telefono”?
Qualcosa del genere, ma potenziato... Provo a spiegarlo:
Quando passate un'informazione il ricevente la acquisisce secondo i suoi paramenti ovvero i suoi filtri personali e la rielabora in modo da poterla tenere in memoria secondo altri schemi che gli derivano dall’educazione, capacità e propensioni intellettive, stato emotivo etc.
A sua volta questa stessa persona quando trasmetterà quest’informazione modificata la modificherà a sua volta usando quelli che sono i suoi strumenti comunicativi... in soli due passaggi abbiamo già la deformazione della deformazione della deformazione.
Moltiplicate per persona e poi per generazioni...
Così nascono i miti e le leggende.... e visto che siamo in tema di blasfemia , anche le religioni.

Ma siamo andando oltre e perdendo il filo. Riprendiamo l’argomento ponendo una domanda:
“Il fatto che la tradizione non esista come conservazione cristallina delle informazioni, come pone tutti quei sistemi marziali che richiamano la loro efficacia e il loro senso ad un sapere tradizionale e tramandato”?

Prendetevi il tempo di rispondere sino al prossimo post.
Io mi prendo un po’ di tempo per rielaborare e riordinare i vari concetti che ho esposto in questi micro-articoli.
alla prossima...
Scuoladarmi alle 17:31 in: riflessioni, ricordi, diario, blog, arti marziali, ricerca, barbari
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lunedì, 11 maggio 2009

La calata dei Barbari 2


Ho iniziato col Karatè.qwerty lorenzo su i barbari
Che è una delle due frasi tipo di chiunque sia
venuto a contatto con le arti marziali da ragazzino.
L'altra è "ho
iniziato con lo Judo" (ma questo lo sapete già)
Io, comunque, ho
iniziato con il Karatè.
Ero sovrappeso, scoordinato, deboluccio... con
un carattere non particolarmente delineato.
(sarebbe a dire che non
sapevo farmi rispettare)
Il Karatè mi rafforzò. Fisicamente e
caratterialmente.
Mi piaceva praticarlo era come andare a scuola:
prima viene questo, poi questo... questo è giusto , questo è
sbagliato... se studi diventi bravo e poi prendi la Laurea. Era
impegnativo ma semplice, come un percorso di montagna ben tracciato in
cui ad ogni momento puoi sapere a che punto sei, quanto manca
all'arrivo e tutti, ma proprio tutti i nomi degli alberi che hai
incontrato sul sentiero. (questa la può capire solo chi ha praticato
arti marziali giapponesi).
Vivevo nella mia bella cittadella,
condividevo le sue tradizioni, le portavo avanti.
Com'è che l'ho
tradita?
Com'è che è successo che sono passato dall'altra parte?

Perché, lo confesso, anche io faccio parte dei Barbari delle Arti
Marziali.
Pratico e insegno Jeet Kune Do e Krav Maga. Pratico e
insegno il "tutto e subito" non mi pongo il problema di una
progressione se questa non garantisce anche risultati in tempi brevi.


Dieci anni per imparare a combattere? Imponderabile.
Già in un anno
(di palestra, quindi considerando la pratica media 5-7 mesi) si devono
avere risultati concreti e visibili...
...in un mese aver capito come
funzionano i principi di base,
...in una settimana la consapevolezza
che ciò che si fa in palestra si può imparare in tempi brevi e
applicare se non subito, quasi.
Ogni singola lezione deve essere
appagante.

Che ne è stato della mia passione per i Katà (forme a
vuoto) eseguiti allo sfinimento alla ricerca della perfetta esecuzione?
... e di tutta una serie di esercizi mortalmente noiosi fatti con l'unico
scopo di migliorare certe tecniche o certe posizioni? "fallo e vedrai
tra un anno come migliorerai"

Temo sia un po' come dire che ne è stato
della mia vecchia cinta "el Charro" del mio zaino "Invicta" pieno di
scritte e disegni, del mio "chiodo" in pelle e della caterva di spille
che avevo e che usavo alternativamente a seconda dell'umore.
La
risposta è, scusate la franchezza, "... che ne so che fine hanno
fatto?"
Tutto ciò che posso dire in sincerità è : all'epoca avevano un
senso... oggi non più.. almeno per me.
Punto.

Si parla di invasione e
saccheggio delle cittadelle delle arti marziali tradizionali ma invece
credo che, pur con i vari scontri (qualcuno ricorderà le affermazioni a
muso duro del "primo" Mike Faraone) vera guerra non ci sia stata. Un
po' come il collasso dell'Impero Romano.
Vengono ricordati i grandi
episodi ma non sono quelli che hanno portato il cambiamento.
Se il
terreno non è pronto, il seme non germoglia...
Alla prossima.
Scuoladarmi alle 18:43 in: riflessioni, ricordi, diario, arti marziali, jeet kune do, krav maga
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