venerdì, 18 dicembre 2009

Judo per forza...

 

... ecco il seguito del post "cinque dita di violenza"


judo2A me il judo (o si dice lo judo?) non è che piacesse tanto. L’idea di starmene avvinghiato a qualcuno, per giunta del mio stesso sesso, non mi appassionava per niente. Combattere a spintoni e sgambetti, poi, non era combattere (già mi seccava di non riuscire a fare salti di almeno tre metri!)
La mia prima perplessità fu superata nello stesso momento in cui, tredicenne, provai la sequenza delle immobilizzazioni (osae komi waza?) con una delle più belle diciottenni del mio paese. Gli ormoni mi andarono ad un ritmo che riconobbi molti anni più tardi: era il “poo - popopo - popoo – po” della vittoria dei mondiali di calcio in Germania. Per non parlare del testosterone, che picchiava come neppure la buonanima del batterista dei Led Zeppelin reincarnato in forma di ormone steroideo…
La seconda perplessità era dura da vincere. Ero cresciuto alla scuola cinematografica di Hong Kong, per la miseria!
Certo, da curioso e onnivoro lettore (la rubrica della posta di Shang Chi il maestro del kung fu curata da Cesare Barioli aiutava) sapevo che esisteva qualcosa chiamata atemi waza. Ma forse trovare il sacro Graal era più semplice…

Avrei potuto dedicarmi ad altro, per un maschio della mia età e della mia religione (ero e sono un devoto della Dea Madre…) le possibilità erano diverse: calcio oppure calcio. Io scelsi il calcio. Gli altri sport non contavano, pur essendo praticati nel mio paese. Per un certo periodo ci fu una squadra di basket. Ma passarsi la palla con le mani era cosa da femmine. Esisteva una polisportiva di atletica. Ma correre senza essere inseguiti oppure senza dover inseguire qualcuno era contrario ad ogni mia più profonda convinzione. Quindi giocavo a calcio e praticavo judo. Per i miei amici, molto più tradizionalisti di me, il calcio era “lo sport”, il judo una perversione mia (se non si fosse trattato di lotta mi avrebbero dato del "caghino", i gay in quei tempi non esistevano al mio paese). Ma per me era comunque la porta verso il mondo mitico delle arti marziali vere.

La differenza tra finzione e realtà la scoprii quando mi trovai a “bisticciare” (così chiamavamo le zuffe fra ragazzini) con un mio amico e vicino di casa. Lui era più grande di me ed aveva una dote che a me purtroppo mancava: molti fratelli più grandi di lui. Non so in città, ma in paese questo ti dava una marcia in più quando dovevi fare a botte. Io, figlio primogenito e privo di cugini, partivo con un handicap notevole. Comunque, dopo aver preso schiaffi più volte dal mio amico (era anche più grande di me), un giorno mi trovai costretto a reagire: sciorinai tutto il mio repertorio di tecniche cinematografiche, dalle sequenze di calci circolari ai calci volanti, per trovarmi alla fine senza fiato.

Fu allora che feci qualcosa che cambiò per sempre il mio modo di concepire la lotta. Tirai una ginocchiata alle palle. Il risultato fu immediato ed indiscutibile. La realtà vinse sul cinema. L’incontro restò nella memoria collettiva del mio vicinato per lungo tempo ed ancora oggi a mio fratello, dopo qualche bicchiere di rum, può capitare di raccontare l'epicità dell'evento.

Il judo mi servi per acquisire più sicurezza in me stesso e superare qualche problema di bullismo (diciamo che sfiorare con colpo di nunchaku la testa del tuo persecutore può aiutare…). Praticai due anni senza mai dare esami di cintura, perché le cinture bianche erano sempre sottovalutate ed io provavo grande soddisfazione a tirar giù cinture arancioni e verdi. Poi la palestra chiuse ed io smisi. Ripresi a tempo pieno col calcio. Senza molto rammarico, d’altra parte le veline escono con i calciatori non con i judoka!

Cinque anni più tardi, già all’università, entrai per la prima volta in una palestra di kick boxing…


Scuoladarmi alle 17:11 in: ricordi, arti marziali, lotta, allenamento, judo, racconti dei lettori
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mercoledì, 16 dicembre 2009

Cinque dita di violenza


Ecco il secondo post dedicato ai racconti sulle proprie esperienze marziali inviati dai lettori del blog.
Leggetelo tutto d'un fiato. E' bellissimo.
Se, per quelli della mia generazione che tale atmosfera hanno appena fatto a tempo a vederla, dev'essere assolutamente imperdibile per quelli della generazione precedente.
La prima che entrò in contatto con le arti marziali orientali.
Buona lettura!



2850Cinque dita di violenza_editedLa mia passione per le arti marziali, come quella di tanti, nasce durante l’infanzia, al cinema.
Non fu però Bruce Lee ad accendere la mia fantasia e nessun attore in particolare.
A me piacevano le storie.
Avevo nove anni circa quando esplose in Italia la moda dei film cinesi di arti marziali. Il mio primo film fu “Cinque dita di violenza” del 1972. Io lo vidi nel '73 in terza o quarta visione.
Ricordo che non mi piacevano i film di ambientazione moderna, ma quelli in costume. Il mio preferito era “Con una mano di spezzo, con due piedi ti rompo” o qualcosa del genere. Era il rifacimento a mani nude di un classico delle arti marziali wuxiapian (The One-Armed Swordsman, mi pare, in italiano Mantieni l'odio per la tua vendetta), film cinesi in costume di cappa e spada (ma questo allora non lo sapevo). C’erano molti combattenti, era una specie di “Tekken” ante litteram, monaci tibetani che si gonfiavano, thai boxers, lottatori persiani e via dicendo.

Comunque, tutte le domeniche alle 4 del pomeriggio, 300 lire in tasca e via al cinema. Il primo me lo persi, ci andarono tutti gi amici del mio vicinato (in paese non c’erano quartieri, ma “vicinati”, “bisciausu” in sardo). Era intitolato “La treccia che uccide” e se mi capita lo vedrei anche adesso.

Ero piuttosto timido e quindi non mi mettevo a giocare tra il primo ed il secondo tempo dei film, come facevano molti altri ragazzini, e neppure “combattevo” in piazza all’uscita dal cinema. Questo anche per un altro motivo: l’eroe del film non attaccava mai briga per primo, veniva sfidato, insultato e solo dopo varie provocazioni reagiva…
Naturalmente la visione dei film si trasferiva, vista l’età, nei giochi quotidiani: ogni attività si “ibridava”con le arti marziali, allora si diceva semplicemente “karatè” (con l’accento acuto sulla “e”).

Quindi i classici “nascondino” o “acchiappa, acchiappa”, giochi generalmente unisex, diventavano molto più virili con l’aggiunta del “trattino karatè”. Facile da immaginare capire cosa fosse “nascondino – karatè”: ci si nascondeva e per essere catturati non bastava essere scoperti, ma si doveva combattere. La cattura c’era solo se si vinceva il combattimento. Insomma, la cattura era reale. “Acchiappa, acchiappa” idem…

Certo, organizzavamo anche estenuanti tornei, embrioni di K1. Si combatteva uno contro uno, due contro uno, tre contro uno e variazioni sul tema. Quando si combatteva d’estate, il nostro aspetto era quello di micro thaiboxers: scalzi, abbronzati, petto nudo e pantaloncini.

I combattimenti erano sempre full contact. E senza limiti di tempo. Si vinceva per resa oppure per uscita dal ring. Perché avevamo anche il ring. A dire il vero era piuttosto semplice da costruire. Si saliva sul tetto di una casa disabitata, si tirava giù una tegola e con questa si disegnava sull’asfalto un cerchio o un quadrato o qualsiasi figura geometrica (non l’ottagono, questo non l’abbiamo inventato noi…).
Chi usciva perdeva.
Erano altri tempi. In una strada cittadina, asfaltata, si poteva concludere uno o più combattimenti senza essere interrotti da un’auto.

Gli allenamenti erano quotidiani ed estenuanti, il combattimento continuo e poteva capitare di essere attaccati in ogni momento. Ricordo che una sera d’estate io ed un amico con cui stavo chiacchierando seduto sull’uscio di una casa (non casa mia, ma di una signora del mio vicinato) fummo attaccati da altri due amici con calci volanti. L’allenamento costante ci rendeva rapidi nella reazione e riuscimmo a schivare l’attacco.
Non lo stesso successe alla porta, che fu sfondata dall’impeto dell’attacco: i due entrarono direttamente nella casa della vicina!

Lo stile di combattimento era cinematografico perché i nostri maestri erano sullo schermo. Quindi molti calci alti e calci volanti (compresa la serie alla “Bruce Lee”), soprattutto volanti. Un combattimento due contro uno fu concluso con un doppio calcio volante che i due diedero al malcapitato che si trovò con i piedi sulla linea tracciata sull’asfalto che fungeva da limite del ring.
Fece un volo di qualche metro e si schiantò su un muro…
Lo stellone dei bambini volle che mai nessuno si facesse male, a parte i lividi.

Le prime esperienze reali furono con lo judo (o si dice il judo?) .
Ma questa è un’altra storia.


Scuoladarmi alle 17:26 in: film, arti marziali, judo, kung fu, racconti dei lettori
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martedì, 15 dicembre 2009

Botte di Natale

 

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Davvero una bella mattinata. 
Mi è piaciuto combattere con voi, scambiare con voi, sudare assieme a voi e (eh, si) condividere anche l'esperienza di un piccolo infortunio. Nulla di che, sono già a posto.
Mi è piaciuto il clima che si è respirato e il fatto che qualcuno ha deciso di buttarsi dentro l'impresa pur avendo poca pratica alle spalle.
Entusiasmo è una buona parola per descrivere la riunione di questo 12 dicembre.

Vi segnalo la fotogallery che ho pubblicato per www.scuoladarmi.it
Le foto come sempre rendono solo in parte ma alcune (soprattutto certi primi piani) posso dirsi davvero ben riuscite.
Colgo l'occasione per ringraziare l'amico fotografo e praticante Roberto Zonca che ci ha seguito durante l'ora e mezza di scambi , click dopo click.

Grazie a tutti!

Vedi la fotogallery.
giovedì, 10 dicembre 2009

I racconti dei lettori

 

E' con piacere che inizio un piccolo ciclo di "racconti dei Quaderno_a_112_folgi_in_formato_A5_o_A6___112_page_blank_book_in_A5_and_A6_formatslettori" 
Si tratterà di post scritti dai lettori di questo blog riguardanti il proprio cammino nella pratica delle arti marziali e sport da combattimento. Ecco il primo:



Ho iniziato a praticare arti marziali in prima superiore. Il motivo è stato semplice...alle medie ero lo stereotipo del Nerd (magrissimo, brufoloso, imbranato, secchionissimo) in una classe dove i ripetenti maschi erano il 70% (non esagero è una stima esatta) ed avevano 2 anni più di me (rammento a chi legge che due anni in fase di pubertà segnano la differenza strutturale tra un uomo ed un bambino).
Il risultato erano una certa quantità di lividi, di scherzi pesanti e di insulti.
Ho iniziato a praticare taekwondo perché la mia città offriva una ristretta prospettiva di opportunità...e il tkd era la prospettiva più vicina a casa.
Evito la miriade di amenità che ho ingurgitato in quel periodo (comunque uno dei più belli della mia vita), tipo che "le gambe sono tre volte più forti delle braccia e che quindi le braccia non servono a niente"...che avrei imparato a picchiare uno "con le mani infilate nelle tasche dei jeans"...insomma tutto il repertorio.
Ma la mia giovane mente ricca di ormoni, trangugiava avidamente tutto quel distillato di vaccate a cui venivano abbinate delle improbabili tecniche di difesa personale che mi facevano sentire un novello VanDamme.
Purtroppo col tempo gli ormoni, come i miei capelli, sono diminuiti e il cervello a ricominciato ad essere irrorato di sangue. Terribile conseguenza la comprensione che quanto mi ero prefissato all'inizio della mia carriera marziale non era stato raggiunto. 
Vuoi sapere esattamente come l'ho capito? Facile anche questo...ho preso un pugno in faccia (ho ancora il naso visibilmente storto)!
Nel lontano...vabbé evitiamo che altrimenti ripenso a quanto tempo sto impiegando per laurearmi...decisi di praticare Hapkido.
Il motivo era sempre lo stesso, "migliorare la mia difesa personale". Ora, il mio maestro di tkd (che restava nel bene e nel male la mia principale fonte di allora), sosteneva con assoluta fermezza che se il tkd era l'arte marziale "più invincibile" che esistesse, l'Hapikido era addirittura meglio.
Non conosci l'Hapkido? Faccio una descrizione sintetica...prendi la versione guerriera del tkd praticato dai hwarang (taekyon se non ricordo male, e no, hwarang non è il personaggio di tekken) ed aggiungici l'arte marziale dei samurai (daytoryujutsu credo? comunque sia quello che spacciano per il jujitsu dei super Sayan dal quale discende anche l'aikido [così diceva chi me lo insegnava])...agita bene per circa ottant'anni ed avrai il più contorto insieme di tecniche pensabili da un orientale.
Il risultato fu talmente deludente che decisi di abbandonare completamente le a.m. e di dedicarmi ad altro.
Ma la passione dopo un po' si rifece sentire e mi iscrissi a fare pugilato (motivo? basta roba con gli occhi a mandorla!!). Esperienza bellissima ed intensissima. Smisi per un solo motivo...mi sentivo incompleto.
Fu così che approdai alla lotta (e che appresi qualcosa di muay thai) che non avrei mai abbandonato se non fosse stato per l'eccessivo impegno degli allenamenti che non concordava alla volontà di mio padre di non mantenermi a vita agli studi!
Ebbene tutto questo polpettone per dire cosa? A dire il vero ancora nulla ma adesso ci arrivo...
La lotta non è un'arte marziale e non ha velleità difensive (anche se un bravo lottatore [che NON sono io], a mio modestissimo avviso, ha impostazioni migliori di tante "cose" che avevo visto in precedenza)...e fu lì che per la prima volta compresi il senso di allenarmi senza aver in mente l'idea di dovermi difendere. Allenarmi semplicemente perché mi piaceva...e basta.
Tornando alle origini, ovvero al TKD, lì quattro amici (in realtà tre amici ed uno stronzo che spero gli esploda una supernova nel culo) presero strade diverse dalla mia. Uno ora fa wt, uno è diventato istruttore di JKD (credo jun fan?boh), uno è passato al powerlifting e l'ultimo (quello a cui voglio bene) è diventato cintura nera di tkd e hapkido (lo lasciai che iniziava a fare capoeira)...
Le mie opinioni. Parto dalla fine... tkd+hapkido+capoeira=britneyspears. Powerlifting...io riesco a metterlo sotto semplicemente con la lotta (libero di credermi o meno) anche se lui in panca solleva tipo 160kg (medaglia d'argento alle gare nazionali...)...ma del resto ha perseguito altri obiettivi...quello che mi fa riflettere e che un rompipalle attaccherebbe briga più con te piuttosto che con lui che è davvero imbranato a difendersi. Ma ora passiamo al meglio...
Negli ambienti di wt e jkd che ho potuto visitare tramite i miei ex compagni (stage, corsi, palestre di loro amici ... fatti da parte mia spesso solo come ospite) ho trovato ambienti spaventosi.
Io ho visto i risultati degli allenamenti affrontati infondendo agli allievi una psicologia stile pitbull. Il risultato è per l'appunto un pitbull, non un uomo!
Ho sentito ragazzi che mi dicevano che quando si sedevano in un pub si disponevano in modo da visualizzare uscite e possibili aggressori.
Io ho commentato che quando vado in un pub mi siedo dove riesco a vedere gnocca e quanto più vicino possibile a dove spinano la birra!
Ho visto, sentito, annusato ragazzi che pensano solo a combattere, a far a pugni, che hanno lo spasmodico bisogno di dimostrare tutta la loro incredibile potenza guerriera! Che camminano pensando che ogni altro maschio sia un maschio alfa da abbattere perché un possibile nemico, un possibile aggressore. Forse loro si sanno difendere meglio di me. Anzi ne sono certo... ma io vivo meglio!
Nella mia vita sono stato aggredito e sono sopravvissuto sempre ottimamente, ma più che per i miei (scarsi) meriti marziali, sempre perché ho ragionato tantissimo ed affrontato la situazione con calma. Il problema è che in certi luoghi non ti insegnano a difenderti...ma ad aggredire il tuo aggressore.
Questi grandi guerrieri sfornati dalle palestre per pitbull non hanno idea di cosa sia una rissa, o peggio un'aggressione. Credono che sia come in palestra dove l'istruttore ti picchia e più ti picchia più tu cerchi di darne. Non sanno che la gente per strada spara alle spalle o, se l'hai picchiata troppo perché magari sei davvero bravo, poi ti viene a cercare meglio equipaggiata. 
Quando ho fatto pausa dal mondo marziale, ho potuto per la prima volta applicare quella massima di Musashi che recita "guarda le cose vicine lontane e le cose lontane vicine". Ho potuto vedere il mondo delle a.m. (o forse dovrei dire della difesa personale?) facendo un passo indietro, da distante, ed è un mondo che spesso non mi è piaciuto.
Imparare a difendersi non può significare diventare peggiori dei nostri aggressori. Dopo tanto tempo impiegato ad allontanarmi da quel mondo "tradizionale" perché lo pensavo (credo a ragione) inefficace, comunque guardo a quella ingenuità quasi con rimpianto, perché il mio maestro di tkd, per quanto insegnante monodimensionale, non mi ha mai insegnato a picchiare nessuno, ma solo (anche se parzialmente) a combattere... che è tutta un'altra cosa.
Ok sono stato sufficientemente noioso...ma ho bevuto l'idromele e l'ora (non l'idromele, lui mai!) mi annebbia sufficientemente la mente da rendermi pedante.
...e tutto insieme ha fatto riemergere dall'oceano della memoria, i relitti di ricordi le cui vele non si gonfiavano da tempo...e in quegli spettri ho visto anche il fantasma di ciò che sarei potuto diventare. Che paura!
...io mi scolo l'ultimo bicchiere e resto a cullarmi nei ricordi...quelli piacevoli...di quando avevo sedici anni ed ancora in testa tanti capelli.


Scuoladarmi alle 16:45 in: riflessioni, diario, arti marziali, racconti dei lettori
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giovedì, 03 dicembre 2009

La mia ragazza mena ...e ora è mia moglie


Lo spunto per questo post è l'articolo-intervista di Paolo Orrù pubblicato sul portale di Tiscali. Il pezzo intreccia tre storie diverse di donne combattenti e Roberta è stata chiamata in causa come campionessa di scherma di bastone.

Devo essere sincero, accostata alle altre due, una campionessa di full contact e Savate, l'altra di Chauss’Fight (disciplina che non conosco ma che, dal video, ricorda gli incontri di Thaiboxe) , la mia cara mogliettina sembra la più innocua delle tre.


Riporto lo stralcio che la riguarda:

"C’è chi invece è riuscita a far quadrare il cerchio.
“Ho conosciuto mio marito al liceo, ho consolidato il mio amore in palestra”, racconta con dolcezza Roby Plaisant, laurea all’Isef, tre volte campionessa italiana di scherma di bastone (Nova Scrimia), una tecnica di combattimento fondata sull’antica tradizione marziale italiana che la ragazza di Cagliari ha appreso dal consorte Massimo Fenu un istruttore di Jeet Kune Do e Kali Filippino per l'IRSAM (Istituto Ricerca e Studio sulle Arti Marziali) "


IMG_1533Rassicurante vero?
Un amore liceale rafforzato in palestra...
Lui, istruttore del moderno Jeet Kune Do ma studioso anche delle antiche tradizioni schermistiche.
Lei che racconta con dolcezza di questa duplice passione.

Sono stato colto dall’immagine romantica dell’istruttore di scherma un po’ avanti con gli anni, con le lenti bifocali per il troppo leggere il cui cuore viene fatto nuovamente palpitare da questa ragazza tenera e piena di energie che nella scherma trova la sua dimensione guerriera.

Un po’ mi ci sono cullato.
Che volete, sono un romanticone.

Poi chissà perché mi è tornato in mente il video che le avevo dedicato per san valentino “la mia ragazza mena” e l’ultimo torneo di bastone nel quale non essendoci distinzione di categoria maschile e femminile, ha fronteggiato ed eliminato due ragazzi piazzandosi alla fine quarta.

Mi è anche balzato in mente che ha voluto fare assieme a me il corso di livello bronzo per il tiro dinamico e che, in quest’avventura sull’uso delle armi da fuoco, ha imparato a pulire manutenzionare la propria pistola (si perché ne ha voluto una sua) e a fare i proiettili.
Senza dire che spara piuttosto bene. In una garetta inter nos in cui abbiamo giocato a chi piazzava più colpi in testa non c’è stata storia e mi ha dato per buono anche il colpo che in verità sarebbe arrivato al collo.

E adesso penso: La mi ragazza mena... e ora è mia moglie.
Forse non dovrei farla incazzare tanto spesso.
 

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mercoledì, 25 novembre 2009

Maestri imbattibili di Krav Maga



Come promesso ecco la descrizione degli eventi che, all’interno del post “Come diventare maestri imbattibili” mi ha fatto venire in mente la strategia “Dimostrativa/Educativa”
Riporto un breve passaggio e ricordo che il post è IRONICO (andatelo a leggere!) :

 
Quando dimostrate una tecnica colpite l’allievo con violenza.2187-23782
Fategli male.
Fategli capire chi comanda.
Instillategli il terrore della vostra stessa presenza.
Deve tremare se solo alzate un braccio.
Siate spietati…
...funziona solo se in palestra si respira un clima da campo di concentramento...
… e voi siete l’SS che passa con occhi di ghiaccio…
Nessuno vi batterà mai…

MAI

… se vi basta alzare un braccio.
 

Il mio primo impatto in assoluto con il Krav Maga è stato un impatto vero e proprio.
L’istruttore è un tipo abbastanza alto, di corporatura media, fisico asciutto da atleta.
Fa una presentazione sintetica del sistema e di se stesso poi, comincia subito con una piccola dimostrazione. Chiama uno dei nostri, lo fa mettere in guardia e dice.
“Give me a High Kick, please.”
Mario sciolto di gambe lancia un circolare. Ora non ricordo esattamente se l’istruttore si disturbò a mettere un bloccaggio o una qualche protezione. Quello che ricordo molto bene fu il piccolo spostamento di lato e il violento calcio nelle palle tirato liscio liscio.
Mario si piega in due senza emettere un suono che uno.
L’istruttore fa un’espressione sorpresa e poi chiede:
“No protection? ... No? ... Oh... Sorry...”  con un tono del tipo... E vabbè che sarà mai...

L’istruttore in questione, militare e addestratore nelle forze armate belghe, era preparatore all’epoca dei caschi blu diretti ai territori della ex-Jugoslavia. Delle belle credenziali insomma e che malgrado si possa pensare il contrario non furono disattese nè per quanto riguarda la preparazione tecnica nè per quanto riguarda la didattica.
Alla fine dell’intensivo, infatti, visto che l'obiettivo era prepararci in tempi brevi, tutti avevamo raggiunto almeno lo standard nelle tecniche di base.
Quello che mi diede gli spunti in seguito per incasellare questo personaggio nel post ironico dei Maestri Imbattibili furono diversi eventi e qualche battuta dei miei compagni di avventura, in particolare Roberto che, per questo genere di cose ha spesso delle intuizioni geniali. 
Vado a ruota libera descrivendo secondo l’ordine della mia memoria più che strettamente cronologico anche perché, a distanza di diversi anni, non ricordo dei vari stages che facemmo con lui, con precisione cosa accadde prima e cosa accadde dopo.

Quello che ricordo molto bene del primo appuntamento fu che ci maltrattò per benino, girando tra le varie coppie e preoccupandosi che ognuno di noi almeno una volta avesse avuto dimostrazione di come si dovessero eseguire le tecniche di Krav Maga.
Così di tanto in tanto durante la lezione si sentivano delle spiegazioni in un impasto di francese e inglese traballante e le urla dell’istruttore che eseguiva la tecnica (emetteva una specie di Kiai mentre tirava i colpi)
La comunicazione verbale non era il suo forte ma malgrado qualche episodio isolato si faceva capire benissimo.

Tore si beccò una procedura di ammanettamento ma a causa di una vecchia frattura al gomito il braccio il braccio rimaneva comunque piegato e la leva per portarlo pancia a terra  non veniva bene. Così l’istruttore urlava forzando la leva di girarsi, qualcuno di noi urlava che il gomito non poteva raddrizzarsi di più, Tore urlava per il dolore al braccio.
Per qualche secondo urlarono tutti qualcuno in inglese qualcuno in francese. Vista dall’esterno una situazione assurda e comica allo stesso tempo.

La mattina trascorre così. Un volontario viene richiesto per la spiegazione di una tecnica. Maltrattato un paio di volte. Quindi l’istruttore gira e coppia per coppia controlla che vada tutto bene e quando occorre da nuova dimostrazione.

Sul finire della mattinata quando ormai i volontari cominciano a scarseggiare, durante una delle sue dimostrazioni Roberto ha un’illuminazione.
“Lo senti come abbaia? Sembra un SS dei campi di concentramento... E noi gli ebrei che devono lavorare sotto il suo comando. Ogni tanto lui urla e bastona qualcuno mentre tutti stanno zitti zitti facendo finta di nulla.”

La sera lo stage si sposta in un centro di vigilanza.
Si ripete la stessa scena della mattina da noi. Si presenta. Spiega il sistema e poi mostra una tecnica per portare a terra una persona che sta dando problemi.
Chiama uno dei vigilantes e gli spiega che deve recitare la parte della persona che sta dando problemi mentre lui avrebbe fatto quella del vigilantes. Almeno così capiamo noi... Non sappiamo se sia lo stesso per il povero ragazzo in divisa...non che abbia molta importanza. Non appena fa una mossa un po’ brusca il nostro istruttore SS infila gli infila due dita in gola serrandogli il collo e lo sbatte al suolo.
Il tipo tossichierà poi per tutta la sera.

Il giorno seguente stesso copione. Una bella dimostrazione di forza e poi, fatto capire chi comanda inizio della lezione vera e propria con qualche richiamo di tanto in tanto al concetto “io sono il maschio alfa”.

Il primo weekend di addestramento ci lascia piuttosto provati. Sul finire dell’ultima sera ormai a lui bastava mimare una tecnica per ottenere effetti mirabolanti. Nessuno aveva voglia nè volontà per fare resistenza. Ancora un po’ e probabilmente avrebbe potuto metterci a terra anche a distanza, come si vede fare in alcuni video sull’uso del “KI” .

Nei successivi incontri il copione rimane immutato. Roberto comincia a soprannominarlo Sergente Zim, come uno dei protagonisti di “Fanteria dello Spazio” , il romanzo di Heinlein che, a mo’ di presentazione alle nuove reclute, sfida chiunque ad aggredirlo e dopo aver rotto un braccio all’aggressore si scusa con un : “mi spiace figliolo, forse ci sono andato un po’ pesante”
Ma è lui stesso involontariamente durante una delle sue pause a farci capire come funziona il suo metodo. Traduco per come ricordo.
“La mentalità militare è quella di mettere alla prova e sfidare l’istruttore. Bisogna far capire bene chi comanda”
... Così dopo non si hanno problemi.
Ed ecco qua la strategia per diventare maestri imbattibili del post.
Funziona di sicuro, posso garantirlo. Nessuno di noi osava fare resistenza e le tecniche gli uscivano benissimo.
Quello che posso dire a titolo strettamente personale è che un modo del genere di insegnare prescinde dalla volontà di far crescere l’allievo. Semplicemente non è il suo obiettivo primario.
In seguiti abbiamo cambiato diversi istruttori, nessuno di loro, anche se tutti addestratori di forze di pubblica sicurezza o di forze armate, ha mai avuto necessità di calcare la mano.

Di “Sergente Zim” mi rimangono delle buone basi di Krav Maga classico, una conchiglia in acciaio extra resistente e delle scene a ripensarci davvero assurde e in un certo qual modo divertenti:
Gianluca che attacca di coltello e si prende un pugno sul torace così forte da volare indietro; Alessio che a seguito di due gomitate sulla schena sperimenta lo spegnimento del cervello per qualche istante, Danilo che su minaccia di coltello prende un pugno in bocca a secco e mentre cerca di far colare meno sangue possibile sul parquet si becca il rimprovero perchè non aveva paradenti e il sottoscritto che guadagna un calcio in faccia perchè in leva a terra probabilmente si muove troppo... O forse gli stavo sulle palle, chissà...

P.S.
Il film rende molto poco il romanzo (anch'esso ironico) di Heilein ma vale comunque una visione.
Metto un link ad una selezione delle scene migliori.
Quella del braccio è a 4:40

 
giovedì, 22 ottobre 2009

Messer Tristezza



Questo post se lo gusteranno meglio i praticanti di Nova Scrimia che conoscono la terminologia. In particolare Roberto, uno dei miei compagni d’arme di quest’avventura alla riscoperta della radici marziali occidentali, che a questi eventi ha assistito di persona.

Ebbene nel periodo precedente al primo Campus in Sardegna di Nova Scrimia vennero avviati anche i primi corsi istruttori. Di quel periodo e di quello precedente in cui l’argomento “scherma e arte marziale occidentale” si affacciava alla mia pratica ho aneddoti bellissimi ... Ci sarà tempo anche per quelli.

Comunque, in quel periodo come sempre capita nei corsi istruttori vennero attirati tutta una serie di persone ma soprattutto di personaggi che rimangono a mio parere pietre miliari della comicità involontaria.
Uno di questi, cui questo post è interamente dedicato è quello che venne ribattezzato Messer Tristezza o, dai meno benevoli, Messer Agonia.
Per darvi due parametri, questo bell’ometto aveva i suoi bei gap coordinativi e alcune resistenze piuttosto evidenti ad un apprendimento diciamo su standard ordinari.
Questi due aspetti, che in un neofita sono da considerarsi come prova di buona volontà nell’impegnarsi in un sistema marziale, venivano squalificati dal fatto che vista una tecnica la prima volta pretendeva di spiegarla al suo compagno d’allenamento...  e se questi si mostrava poco convinto cercava anche di dimostrargliela, con le buone o con le cattive.
Perché, sapete, era anche cintura nera di due sistemi tradizionali.
No, non abbiamo mai voluto sapere come abbia fatto ad ottenere quei gradi.

Di questo personaggio rimarranno memorabili:
Il fatto che chiamava “sbilenco” il colpo Sgualembro ... e non lo faceva apposta, proprio confondeva i termini (vabbè il suo Sgualembro era effettivamente sbilenco).

La volta che iniziò un allenamento e al primo affondo accusò uno strappo muscolare rimanendo il resto del tempo facendo streetching. In quell’occasione benedimmo il fatto che nessuno avrebbe lavorato con lui.

Quando in sede d’esame cercò di spacciare una tecnica di Aikido (almeno credo che fosse tale) per una difesa da Daga tratta dal Flos Duellatorum e poi, messo alle strette si fosse giustificato così: “vabbè, tanto più o meno è la stessa cosa”.

Credo che in quel frangente da un capo all’altro dei cieli si siano unite le urla disperate di Sensei Ueshiba e di Magistro Fiore.

Scuoladarmi alle 06:57 in: ricordi, arti marziali, casi umani, nova scrimia
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lunedì, 05 ottobre 2009

Casi da spogliatoio 3



chuck-norrisIn verità questo post dovrebbe titolarsi: “Teorie da spogliatoio”
Probabilmente dovuto all’acqua che dalle docce viene portata goccia a goccia dagli atleti che si asciugano, la terra portata con le scarpe usate fuori rende lo spogliatoio un ambiente fertile per il germogliare di interessanti teorie.
Teorie che, in linea con quelle che sono le leggi di natura, alle volte germogliano e danno sorprendenti frutti, altre volte decadono, ritornano alla terra e creano un humus capace di dare vita a nuove meravigliose specie.
Così di tanto in tanto, andando in giro e provando palestre diverse, mentre altri seminano, annaffiano e fanno crescere, io, zitto zitto, raccolgo.
Esattamente dall’albero, senza cuocerle né lavarle, eccovene un cestino.
Sotto. In corsivo. Il mio commento.

“...credo che Bruce Lee, alla fine, l’abbia ucciso la triade cinese. Aveva rivelato troppo delle arti marziali. Devono aver mandato uno dei loro assassini che conoscono quelle arti dei tocchi mortali...”

< ...e Chuck Norris allora? >

“La dieta vegetariana? Funziona troppo bene. Un periodo ero diventato vegetariano e mangiavo solo mozzarella a pranzo. Oh!... Dimagrito moltissimo e avevo anche un sacco di energie. Poi un’amica mi ha detto... Ma sei troppo magro ! ... Allora ho ripreso a mangiare carne”

< ... Troppo tardi, la mozzarella era già arrivata al cervello...>

Un ragazzo senza sapere che praticavo Kali filippino, parla di un istruttore che conoscevo.

“... E poi ho visto queste tecniche di Kali col coltello. ... Cioè, uno ti attacca col coltello e lui ...e ti taglia il polso ...e ti taglia il braccio e ti taglia la gola... Eh... Troppo così... Cioè ... Che cazzo stai facendo?...”

<... Mh... Kali filippino?...>

“Secondo me bisogna iniziare dal fare le cose più difficili. Perchè poi quando ti alleni a farle dopo, quelle più facili vengono subito.”

<  Certo... Iniziamo dai calci volanti...>

“Guarda, lascia perdere i pesi. Gonfiano e basta e non servono a niente. Perché poi il muscolo quando è molto grosso si allunga male ed è poco reattivo. ... E diventi lento.”

< ... Se rimango immobile forse penserà che sono morto e smetterà di parlare con me.>



Scuoladarmi alle 21:31 in: ricordi, diario, arti marziali, kali filippino
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lunedì, 14 settembre 2009

Colpirne uno...


Il video del post precedente è di un imbecillità terribile. Così terribile che, se mi fosse giunto come racconto non ci avrei creduto o l'avrei ridimensionato.
A Cagliari si raccontano eventi simili su praticanti di arti marziali.
Sia di un ragazzo che provò a eseguire un bloccaggio su cric e ottenne una splendida frattura scomposta ... comprensibile e comunque meglio il braccio della testa.
Sia di un altro che, a mo' di sfida provò a rompere con un calcio circolare una tavola da surf... pigliandola di taglio.
Anche in quell'occasione, ammesso sia vero, il risultato fu una frattura scomposta.

Per quanto mi riguarda qualcosa di idiota ( forse più di qualcosa ) l'ho vista fare  anch'io.
Ne segnalo giusto una perché a ripensarci è davvero spassosa:

tech_kiaiIl nostro istruttore di turno non era affatto contento del nostro Kiai ("grido di guerra" che va fatto assieme all'esecuzione di un colpo) . Così, serissimo, risolve di passare al metodo tradizionale per fare uscire fuori il nostro grido di guerra.
Prende una shinai (simulacro di spada giapponese in bambù, usata nel Kendo) e si mette vicino a noi.
Noi, al suo comando iniziamo il Kata eseguendo attacchi e parate seguendo il ritmo che ci dava. Al momento del Kata, quando al colpo dovevamo aggiungere il Kiai lui tira un colpo forte con la shinai sull'addome di un ragazzo.
In mezzo ai nostri Kiai "mosci" si sente un kiai prima abortito e poi , a seguito del colpo, altissimo e stridulo.
Non so come ho fatto a non scoppiare a ridere... lo stesso vale per i miei compagni di pratica. Continuiamo come se non fosse accaduto niente e quando nuovamente ci troviamo a far sentire il nostro "urlo di guerra" in palestra risuonano 19 grida da samurai e un miagolio stridulo, quello del poveraccio che cui bruciava ancora il colpo di shinai.


L'allenamento tradizionale aveva funzionato... per tutti gli altri.
Scuoladarmi alle 09:04 in: ricordi, maestri, arti marziali, allenamento, kiai
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mercoledì, 17 giugno 2009

Tirando le fila dei Barbari


Coraggio... questo post è l'ultimo della serie...

fantasy
Il cambiamento è tutto intorno a noi... in noi... siamo noi.
Allo stesso tempo è difficile percepirlo.
Così come ciò che è troppo lento ma pur presente (il moto terrestre ad esempio) allo stesso modo di ciò che è tanto veloce da sembrare altro ... e produrre altro (i fotogrammi di una pellicola cinematografica).
Le arti marziali non fanno differenza. cambiano anch’esse e sono allo stesso tempo esse stesse in qualche modo origine e motivo del cambiamento. A volte repentino. A volte appena percettibile.
Riassumo.... e organizzo.



La situazione è questa: I sistemi di arti marziali tradizionali subiscono la concorrenza e l’influenza di nuovi metodi (I barbari). Alcuni orientati allo stesso scopo, come i sistemi di difesa personale di matrice militare; altri sbilanciati verso l’aspetto sportivo-competitivo come il Brasilian Ju Jutsu, il Sambo, la Shootfighting e i sistemi di MMA in genere.
Altri ancora a cavallo dei due, cui includiamo le varie tipologie di Jeet Kune Do e i sistemi di street fighting.

I nuovi barbari delle arti marziali contestano l’efficacia... contestano la validità della tradizione... contestano i tempi necessari per conseguire risultati utili ... contestano la filosofia dietro l’allenamento ma soprattutto la necessità di averne una.

Se dovessi individuare gli elementi caratteristici di questa “rivoluzione” direi:

Il “Tempo” ... anzitutto.
Non abbiamo più così tanto tempo da dedicare a ciò che sia estraneo al nostro lavoro. Spesso viviamo nei ritagli e quei ritagli vogliamo che fruttino al meglio.
E’ l’epoca dei tutorial dei manuali di istruzioni con le direttive rapide per iniziare subito, dei telefilm con storie condensate in venti minuti, della palestra in pausa pranzo.
Chi ha più così tanto tempo da investire in un’attività totalizzante come un’arte marziale tradizionale? ...oltre a chi la insegna intendo.

Gli “spazi” ...subito dopo.
“Dojo”  non ha nulla a che vedere con palestra. La sacralità di un luogo riservato univocamente ad una pratica... pensato, realizzato e attrezzato a quello scopo è qualcosa di abbondantemente fuori dai nostri tempi.
Il Dojo di Karate era tale e basta. Al limite negli orari liberi della mattina si teneva qualche corso di ginnastica dolce o yoga. Oggi la parola magica è “polifunzionale”.
Così trovate tranquillamente insegne in cui si accomuna “Shotokan” e “Balli caraibici” . Nessuna vergogna, i tempi cambiano e il Dojo non esiste nemmeno più come concetto.

La pratica e i risultati, infine.
Ripercorrete i passaggi che fate quando installate un software nuovo.
Lo installate, lo aprite e poi iniziate ad usarlo. la lettura di un manuale di istruzioni è riservata a chi ci lavora in modo professionale. per tutto il resto è il software stesso che vi spiega come essere usato o è talmente intuitivo da non necessitare di istruzioni particolari.
Tutto il resto non trova spazio.
Il rapporto pratica/risultati deve essere in attivo quasi da subito e dare progressivamente risultati sempre migliori. Cosa rispondereste all’istruttore di bodybuilding se vi dicesse che prima di un anno non vedrete il benché minimo risultato?
Le arti marziali, proprio perché arti, richiedono tempo, pazienza e dedizione.
O, in una parola: “fede” ...
E’ la classica storia di una donna di cui si è innamorati e che ci richiede tempo per decidere se contraccambiare il nostro amore. Tempo, pazienza e dedizione... nessuna garanzia che poi si venga ricambiati.

Forse vi aspettavate qualcosa di diverso.
Forse vi aspettavate in un qualche salvataggio all’ultimo, in cui la tradizione riesce in qualche modo a sopravvivere anche nel nuovo e a rinnovarsi attraverso esso (il brasilian ju jutsu sarebbe stato un esempio ottimo... ed anche il Jeet Kune Do perché no?).
In tal modo i nuovi barbari avrebbero apprezzato ciò che c’era di utile nei sistemi tradizionali, tenendo in vita il sapere della civiltà che avevano conquistato e, in parte, distrutto.
Esempio storico i “barbari” romani che, conquistata la Grecia vennero a loro volta conquistati dalla sua cultura.
Purtroppo, a mio parere, le cose non stanno così.
Mancano le condizioni perché possa essere così: di tempo, di spazio e di “fede”.
mancano le condizioni anche solo per analizzare perché così non possa essere.
Questo ciclo di post in tal senso è un qualcosa che già non trova posto nel nuovo universo dei “barbari delle arti marziali” così come il fatto , se lo avete fatto, di averli letti tutti!

Quindi?
Credo che sia giusto farsi una ragione del fatto che le arti marziali tradizionali presto o tardi cederanno definitivamente il passo. Diventeranno oggetto di culto come oggi sono i videogames anni ottanta per i retrogamers, o le produzioni indipendenti per gli amanti del cinema.

Qualcosa che, se piace, va vissuto proprio come l’amore romantico cortese, quello dei romanzi cavallereschi per intenderci: in cui si ama a prescindere dall’essere ricambiati.
Scuoladarmi alle 16:55 in: riflessioni, diario, arti marziali, ricerca, barbari
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