venerdì, 18 dicembre 2009
Judo per forza...
... ecco il seguito del post "cinque dita di violenza"
A me il judo (o si dice lo judo?) non è che piacesse tanto. L’idea di starmene avvinghiato a qualcuno, per giunta del mio stesso sesso, non mi appassionava per niente. Combattere a spintoni e sgambetti, poi, non era combattere (già mi seccava di non riuscire a fare salti di almeno tre metri!)La mia prima perplessità fu superata nello stesso momento in cui, tredicenne, provai la sequenza delle immobilizzazioni (osae komi waza?) con una delle più belle diciottenni del mio paese. Gli ormoni mi andarono ad un ritmo che riconobbi molti anni più tardi: era il “poo - popopo - popoo – po” della vittoria dei mondiali di calcio in Germania. Per non parlare del testosterone, che picchiava come neppure la buonanima del batterista dei Led Zeppelin reincarnato in forma di ormone steroideo…
La seconda perplessità era dura da vincere. Ero cresciuto alla scuola cinematografica di Hong Kong, per la miseria!
Certo, da curioso e onnivoro lettore (la rubrica della posta di Shang Chi il maestro del kung fu curata da Cesare Barioli aiutava) sapevo che esisteva qualcosa chiamata atemi waza. Ma forse trovare il sacro Graal era più semplice…
Avrei potuto dedicarmi ad altro, per un maschio della mia età e della mia religione (ero e sono un devoto della Dea Madre…) le possibilità erano diverse: calcio oppure calcio. Io scelsi il calcio. Gli altri sport non contavano, pur essendo praticati nel mio paese. Per un certo periodo ci fu una squadra di basket. Ma passarsi la palla con le mani era cosa da femmine. Esisteva una polisportiva di atletica. Ma correre senza essere inseguiti oppure senza dover inseguire qualcuno era contrario ad ogni mia più profonda convinzione. Quindi giocavo a calcio e praticavo judo. Per i miei amici, molto più tradizionalisti di me, il calcio era “lo sport”, il judo una perversione mia (se non si fosse trattato di lotta mi avrebbero dato del "caghino", i gay in quei tempi non esistevano al mio paese). Ma per me era comunque la porta verso il mondo mitico delle arti marziali vere.
La differenza tra finzione e realtà la scoprii quando mi trovai a “bisticciare” (così chiamavamo le zuffe fra ragazzini) con un mio amico e vicino di casa. Lui era più grande di me ed aveva una dote che a me purtroppo mancava: molti fratelli più grandi di lui. Non so in città, ma in paese questo ti dava una marcia in più quando dovevi fare a botte. Io, figlio primogenito e privo di cugini, partivo con un handicap notevole. Comunque, dopo aver preso schiaffi più volte dal mio amico (era anche più grande di me), un giorno mi trovai costretto a reagire: sciorinai tutto il mio repertorio di tecniche cinematografiche, dalle sequenze di calci circolari ai calci volanti, per trovarmi alla fine senza fiato.
Fu allora che feci qualcosa che cambiò per sempre il mio modo di concepire la lotta. Tirai una ginocchiata alle palle. Il risultato fu immediato ed indiscutibile. La realtà vinse sul cinema. L’incontro restò nella memoria collettiva del mio vicinato per lungo tempo ed ancora oggi a mio fratello, dopo qualche bicchiere di rum, può capitare di raccontare l'epicità dell'evento.
Il judo mi servi per acquisire più sicurezza in me stesso e superare qualche problema di bullismo (diciamo che sfiorare con colpo di nunchaku la testa del tuo persecutore può aiutare…). Praticai due anni senza mai dare esami di cintura, perché le cinture bianche erano sempre sottovalutate ed io provavo grande soddisfazione a tirar giù cinture arancioni e verdi. Poi la palestra chiuse ed io smisi. Ripresi a tempo pieno col calcio. Senza molto rammarico, d’altra parte le veline escono con i calciatori non con i judoka!
Cinque anni più tardi, già all’università, entrai per la prima volta in una palestra di kick boxing…
Scuoladarmi alle 17:11 in: ricordi, arti marziali, lotta, allenamento, judo, racconti dei lettori
commenti: commenti (1)(popup) | commenti (1)
commenti: commenti (1)(popup) | commenti (1)











Quando ce vo ce vo.
Ho iniziato a fare pugilato in una palestra piccola piccola che aveva lo spazio giusto per il ring, tre sacchi e tipo due metri quadrati dove potevi fare un po’ di corsetta in tondo.... a mo’ di asinello alla macina.
Il nostro istruttore di turno non era affatto contento del nostro Kiai ("grido di guerra" che va fatto assieme all'esecuzione di un colpo) . Così, serissimo, risolve di passare al metodo tradizionale per fare uscire fuori il nostro grido di guerra.