domenica, 01 febbraio 2009

Quando vi ucciderete maestro?


Vi avviso subito. E’ un post noioso.


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Il titolo è la citazione di un saggio di Antonio Franchini sulle relazioni tra letteratura e arti marziali. Ovvero sul fatto che, cito testuale, "… fino a un certo punto il desiderio di dedicarsi alle discipline del combattimento, come quello di volgersi alla letteratura, nasca da qualche frustrazione che può placarsi solo nell'esercitare un dominio …"
E’ un libro strano, più un percorso letterario forse, cui sono tornato alla mente in questi giorni.
Ma in verità, più che per la tesi del libro, vi sono tornato alla mente per ciò che aveva evocato in me all’epoca della sua lettura: un forte senso d’angoscia.
Quella domanda “Quando vi ucciderete maestro?” alla prima lettura mi era sembrata la richiesta sprezzante di chi chiede ad una figura, un tempo di valore ma ora solo inutile ed ingombrante, di farsi da parte.
Finito il libro la stessa frase aveva cambiato significato in modo diametralmente opposto. Ora era la richiesta preoccupata di un allievo che conta i giorni che lo separano al suicidio del proprio maestro.
Eppure l’angoscia permaneva e ad essa si mischiava un sordo fastidio dovuto al non capire il perché di una tale sensazione.
Cosa mi disturbava?
Vi sono ritornato in questi giorni quando, questa frase mi è balzata in mente mentre riflettevo su alcuni atteggiamenti che mi avevano infastidito. Forse il “fastidio” ha legato i pensieri.
La faccio breve e come mio solito evito i dettagli:
Ho conosciuto praticanti che ancora oggi hanno una forma di venerazione formale per il proprio maestro: come se lui fosse in un qualche status che gli impedisce di sbagliare, che fa si che tutto ciò che dice abbia un senso profondo e recondito e per il quale le azioni compiute hanno sempre un qualche fine ultimo, lontano e imperscrutabile.
Poi nei discorsi di alcuni colleghi ho sentito la preoccupazione che il” Maestro” delle loro discipline venisse a mancare.
Che mi sia riconosciuto in quelle sensazioni? Che abbia riconosciuto una parte di me?
Inutile nascondersi dietro un dito. Non credo sia così. So che è così.
Ora che questi sentimenti mi sono estranei li riconosco così come do senso a due frasi di cui ricordo esattamente luogo e tempo in cui vennero pronunciate:
“…dovete essere maestri di voi stessi…?” e “…il vero maestro fa crescere l’allievo perché non abbia più bisogno di lui…”
Il Maestro, la guida che ci indica il cammino, colui che SA cosa va fatto prima e cosa va fatto dopo, è una nostra illusione mentale ? La scorciatoia comoda per non dover trovare la nostra via?
Inutile nascondersi dietro un dito.
Forse senza essere troppo drammatico la via delle arti marziali richiede che ci si chieda periodicamente quando si ucciderà il proprio maestro interiore.
Almeno a me ha consentito di apprezzare meglio la mia pratica e chi ha voluto condividere la sua con me.
Scuoladarmi alle 18:59 in: riflessioni, ricordi, diario, arti marziali, jeet kune do
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